Inghippi burocratici

Puglia 2018.
Il caldo torrido ci faceva boccheggiare.
Brando aveva appena smesso di piangere e, dopo l’ennesimo prelievo di sangue, dormiva stremato sul petto di Gaia.
“Amore, andate a cercare un hotel qui vicino per riposarvi un poco, a quest’ora saremmo dovuti essere in spiaggia e invece guarda dove siamo finiti…”
Le do un bacio sulla fronte, prendo per mano Lavinia e saliamo in macchina.
Una rotonda, al semaforo giro a sinistra, poi sempre dritto.
Quello sarà il nostro Hotel.
Economico, ma vicino all’ospedale: “Così se Gaia dovesse aver bisogno sarò da lei in un istante”
Mi avvicino alla hall.
“Buongiorno, avrei bisogno di una camera per due”
L’uomo è un signore distinto, la giacca blu, un sorriso grande ed il pizzetto brizzolato. Afferra le carte d’identità con le mani ed inizia a compilare un modulo.
Le rigira, ma il suo sguardo si fa più serio.
“Scusi ma lei chi è?”
Un brivido mi percorre la schiena e in un secondo connetto.
“Ha ragione, mi scusi. Io sono il marito di sua mamma, siamo ricoverati a Barletta, nell’ospedale qui dietro”, mi affretto a rispondere, quasi a dovermi giustificare con lui di qualcosa.
Di quei due cognomi diversi sulla carta di identità, insomma.
Basta poco per scontrarmi con la realtà.
“Mi spiace, non posso darle una camera. Deve esserci un tutore del minore”.
“Papà, saliamo in camera?” ci interrompe Lavinia.
Il signore la guarda, poi guarda me “Io non posso farci nulla, è la legge”.
Torno in macchina con un nodo in gola e l’amarezza di finire sempre a sbattere contro il muro di una burocrazia miope.
Semaforo rosso, nello specchietto retrovisore Lavinia mi sorride.
Sono quattro i baci che mi chiede ogni sera prima di addormentarsi.
La sua maglietta preferità è rosa, con un pony azzurro acqua.
Martedì ha ginnastica, venerdì piscina.
A merenda mangia solo carotine nel contenitore verde che le lavo ogni sera prima di andare a letto.
La coda la mattina la vuole alta, stretta a “forza 10”.
Sei, è il numero dei suoi anni.
Cinque, quelli che ha trascorso con me.
Tre, quelli che aveva quando ha deciso di chiamarmi papà.
Eppure noi, per il resto del mondo, siamo ancora due perfetti estranei.