Ho impiegato qualche giorno a scrivere questo post.
Come sempre quando mi sento di dover tirare le somme.
Avrei voluto scrivere uno di quei discorsi che lasciano senza fiato, sospesa tra spazio e realtà.
Oggi
Ho impiegato qualche giorno a scrivere questo post. Come sempre quando mi sento di dover tirare le somme. Avrei voluto scrivere uno di quei discorsi che lasciano senza fiato, sospesa tra spazio e realtà. Oggi "La tenda in salotto" compie 3 anni, nonostante il giorno in cui è nata fossi convinta non sarebbe durata più di tre mesi. “Ma si, è un periodo”, continuavo a ripetere a mia madre. “Lo faccio nei ritagli di tempo” ripetevo a me stessa. Ma la verità è che, in questi tre anni, questa "Tenda" è diventata parte integrante della mia vita e del mio essere. Ha stravolto gli equilibri, si è trovata uno spazio nelle notti insonni, nei momenti felici, nelle docce infinite trascorse a pensare. È un progetto strano questo, nemmeno compreso da tutti. È semplice aprire una pagina social, non è un bar, non è un negozio o un'attività in senso stretto. Ho semplicemente deciso di buttarmi in un progetto. L’ho con un impegno degno di un lavoro, studiando, esplorando strade, conoscendomi ogni giorno di più. Fino a farlo diventare il motore delle mie giornate, il cuore che mi pulsa il sangue nelle vene. E mi fa uno strano effetto scriverlo ora, a distanza di tre anni, con da un lato la consapevolezza di cosa sia effettivamente diventato quel piccolo progetto e dall'altro la ferma convinzione che nulla intorno a me si sia fermato. Tre anni fa nella mia pancia cresceva Brando, oggi c'è Nilde. Ho avuto un po’ di coraggio, un po’ di pazzia, un pò di paura. Non ho rinunciato alla mia vita per la mia passione ma soprattutto, ciò che mi rende più orgogliosa, è il non avere messo in secondo piano le mie passioni per la mia vita. E allora Inizierei ora con i ringraziamenti. E vi assicuro che non sono infiniti. A Michele, marito e braccio destro di tutto il progetto, l'unico che conosce davvero tutto il tempo e l’amore che c’è qui dentro. A qualche amico, che nel tempo ha trovato il coraggio di dirci “bravi”. Ad ogni singola persona che sta leggendo questo testo, che ha scritto un messaggio, che ha lasciato un commento, che si è lasciata guidare da un nostro post in qualche scelta che la vita gli ha posto innanzi. GRAZIE! Oggi è la festa di tutti noi. #latendainsalotto
Cara Nilde, già ti immagino tra qualche anno a sfogliare le pagine di questo diario, soffermandoti su qualcuno di questi semplici racconti che forse, se non avesse trovato qui dentro la sua casa, sarebbe andato perduto.
Sai, io e il tuo papà non abbiamo mai faticato troppo a trovare dei nomi femminili che ci piacessero.
Spesso è capitato che quando una donna si presentasse a noi con un bel nome io e lui ci guardassimo con aria complice quasi a dirci:
Cara Nilde, già ti immagino tra qualche anno a sfogliare le pagine di questo diario, soffermandoti su qualcuno di questi semplici racconti che forse, se non avesse trovato qui dentro la sua casa, sarebbe andato perduto. Sai, io e il tuo papà non abbiamo mai faticato troppo a trovare dei nomi femminili che ci piacessero. Spesso è capitato che quando una donna si presentasse a noi con un bel nome io e lui ci guardassimo con aria complice quasi a dirci: "Segnatelo nella memoria, ci tornerà utile”. Ma poi, come spesso avviene, quando sono rimasta incinta tutti quei meravigliosi nomi sembrava non riuscissimo a sentirli sufficientemente nostri. Per alcuni giorni sei stata Eva, poi Agata, infine Delia. Fino ad una sera. Era il 22 marzo, l'una di notte ed io non riuscivo a prendere sonno. Afferro il telefono e cerco: “Donne italiane che hanno fatto la storia”. Il racconto che più mi colpisce è quello di una donna che ha lottato, che ha partecipato alla Resistenza, una delle prime politiche italiane, la prima a ricoprire una delle tre massime cariche dello Stato. Un ponte tra gli anni della seconda Guerra Mondiale e il nuovo millennio. Nilde Iotti. Nilde. Dalla mattina successiva ho iniziato a chiamarti così, nel silenzio generale di quel giorno così particolare, fatto di sospiri e tanta tristezza per il tuo bisnonno Enrico che dopo poche ore ci avrebbe lasciati. 22 marzo: Santa Nilde. Coincidenza che mi fa sobbalzare il cuore. Trascorrono i giorni e il tuo nome inizia a risuonare in testa come una melodia. Poi passano le settimane. E' il 20 maggio, data della morfologica e giorno di quello che sarebbe dovuto essere il 96 compleanno del bisnonno Enrico. “Femmina”. E così abbiamo scelto, cara Nilde, di affidarti questo nome certi che queste non siano state delle semplici coincidenze. Affinchè tu possa essere una donna forte, fiera, proprio come chi ha donato il suo nome all’emancipazione femminile, alla Resistenza. E che tu possa avere per sempre il tuo bisnonno Enrico a guidarti da lassù. #latendainsalotto Vestito della meravigliosa @laragazzadellosputnik @laragazzadellosputnik.shop #adv #lalgoritmodellalibertà
Questo week end Lavinia è andata dal suo papà.
È partita sabato pomeriggio, dopo averci ripetuto all’infinito quanto gli saremmo mancati.
L’ho salutata con un bacio, dopo averla aiutata ad infilare il suo peluche preferito nella valigia.
Nonostante questo saluto ed il peso sul cuore che lo accompagna siano gli stessi da ormai sei anni, la mia consapevolezza dell'importanza del tempo che trascorre con suo papà è cambiata pian piano.
Ho la fortuna di avere un ottimo rapporto con suo padre, un rapporto costruito negli anni con fatica, affetto reciproco e la consapevolezza che, quando Lavinia sta con la famiglia del suo papà, abbia la possibilità di vivere delle esperienze che stando solo con noi non potrebbe vivere.
Ci sono voluti sei anni per giungere a questa coscienza, non proprio un batter di ciglia.
Ma c’è una persona che a quel dolore si deve ancora abituare, che ancora deve capire il senso di trovarsi ad essere figlio unico a week end alterni.
E quella persona è il piccolo Brando.
Ieri è stata dura anche per me dovergli spiegare quanto fosse normale quella situazione, quanto tutto questo fosse giusto per la sua sorellona.
È stato difficile sentirmi dire: “Mi manca la Iaia” è stato difficile farlo addormentare sapendo che in quella cameretta sarebbe stato solo.
Perchè se dopo sei anni, io, fatico ancora a guardarlo, quel letto vuoto per lui è qualcosa di inspiegabile.
Come sarà aiutarlo ad abituarsi al concetto di
Questo week end Lavinia è andata dal suo papà. È partita sabato pomeriggio, dopo averci ripetuto all’infinito quanto gli saremmo mancati. L’ho salutata con un bacio, dopo averla aiutata ad infilare il suo peluche preferito nella valigia. Nonostante questo saluto ed il peso sul cuore che lo accompagna siano gli stessi da ormai sei anni, la mia consapevolezza dell'importanza del tempo che trascorre con suo papà è cambiata pian piano. Ho la fortuna di avere un ottimo rapporto con suo padre, un rapporto costruito negli anni con fatica, affetto reciproco e la consapevolezza che, quando Lavinia sta con la famiglia del suo papà, abbia la possibilità di vivere delle esperienze che stando solo con noi non potrebbe vivere. Ci sono voluti sei anni per giungere a questa coscienza, non proprio un batter di ciglia. Ma c’è una persona che a quel dolore si deve ancora abituare, che ancora deve capire il senso di trovarsi ad essere figlio unico a week end alterni. E quella persona è il piccolo Brando. Ieri è stata dura anche per me dovergli spiegare quanto fosse normale quella situazione, quanto tutto questo fosse giusto per la sua sorellona. È stato difficile sentirmi dire: “Mi manca la Iaia” è stato difficile farlo addormentare sapendo che in quella cameretta sarebbe stato solo. Perchè se dopo sei anni, io, fatico ancora a guardarlo, quel letto vuoto per lui è qualcosa di inspiegabile. Come sarà aiutarlo ad abituarsi al concetto di "relazione a distanza"? Quello fatto di tre chiamate in 24 ore, una per dirsi “Mi manchi”, una per la buona notte ed una per il buongiorno. Ma se paragono la tristezza che mi ha spaccato il cuore ieri mentre vedevo Brando indicare la macchina allontanarsi all’emozione di averli visti parlare al telefono, anche senza capirsi totalmente, mostrandosi reciprocamente i propri spazi e i propri mondi fatti di due camerette diverse, i peluche di ognuno, le lucine colorate. Almeno per una notte. E quel sorriso, quello che non mente. Di un amore vero e puro. Perché la vostra vita sarà sempre così, bimbi miei, ma sono certa che l’amore che può nascere da una lontananza, se ben coltivato, sarà sempre capace di superare qualsiasi frontiera. #latendainsalotto
Avevo appena 19 anni quando sono partita per l’India da sola.
Sono atterrata a Bengaluru alle 4 del mattino con il cuore in gola.
Mi tremavano le mani mentre cercavo di capire quale taxista potesse essere più sicuro scegliere.
In quel tragitto ho visto ed ho provato di tutto.
Tanto che quando sono entrata in quell’orfanotrofio mi sono sentita subito a casa.
Non basterebbe un libro per raccontare quello che mi è successo in India.
Ma posso assicurarvi che è tutto ciò che più mi ha cambiata al mondo.
Da quell’India sono tornata diversa e cristiana, con una fede così radicata che spesso mi sono sentita diversa qui in Italia.
Inutile spiegare quanto io abbia pensato a Silvia Romano in questi ultimi 18 mesi.
Quante volte ho pensato che sarebbe potuto succedere anche me.
Quante volte ho pregato sperando che per un miracolo riuscisse a tornare, finalmente, a casa.
E non mi sono stupita di vederla con quel sorriso.
Non mi sono stupita di vederla indossare un velo, di sapere che Liberamente avesse scelto di convertirsi all’Islam.
Ciò che invece mi ha più colpita è stato vedere le persone attaccarsi a quel
Avevo appena 19 anni quando sono partita per l’India da sola. Sono atterrata a Bengaluru alle 4 del mattino con il cuore in gola. Mi tremavano le mani mentre cercavo di capire quale taxista potesse essere più sicuro scegliere. In quel tragitto ho visto ed ho provato di tutto. Tanto che quando sono entrata in quell’orfanotrofio mi sono sentita subito a casa. Non basterebbe un libro per raccontare quello che mi è successo in India. Ma posso assicurarvi che è tutto ciò che più mi ha cambiata al mondo. Da quell’India sono tornata diversa e cristiana, con una fede così radicata che spesso mi sono sentita diversa qui in Italia. Inutile spiegare quanto io abbia pensato a Silvia Romano in questi ultimi 18 mesi. Quante volte ho pensato che sarebbe potuto succedere anche me. Quante volte ho pregato sperando che per un miracolo riuscisse a tornare, finalmente, a casa. E non mi sono stupita di vederla con quel sorriso. Non mi sono stupita di vederla indossare un velo, di sapere che Liberamente avesse scelto di convertirsi all’Islam. Ciò che invece mi ha più colpita è stato vedere le persone attaccarsi a quel "LIBERAMENTE". Cosa credete che ci possa essere di LIBERO in una persona che è rimasta prigioniera per 18 mesi? Come ve la sareste immaginata arrivare? In jeans e con la maglietta dei Beatles? La religione è qualcosa di così meraviglioso, intimo e sacro che non mi sorprende che in quelle parole lei abbia trovato la sua liberazione. L’avremmo fatto tutti, pur di trovare la forza per sopravvivere. Impazzisco, impazzisco dall’idea che la maggior parte delle persone che criticano non siano state capaci di starsene in casa propria per 2 mesi ma che si sentano legittimate a offendere una ragazza che dopo DICIOTTO MESI ha avuto il coraggio di non arrendersi, di tornare con quel sorriso lì, quello che tanto avete odiato. Semplicemente felice. Felice di avercela fatta. Siamo tutti colpevoli, chi commenta con odio, i giornalisti aguzzini, chi rimane zitto. Perchè forse la mia voce non varrà molto. Ma vorrei solo dirti, cara Silvia, grazie! Sei il simbolo di un'Italia forte, che resiste. Io, e sono certa tanti altri, siamo con te. #latendainsalotto

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