Da un anno lavoro in ufficio.
Da un anno ho gli stessi orari, gli stessi giorni di riposo e la stessa strada da percorrere.
Ogni mattina riempio la borraccia, la infino nello zaino, accarezzo Salvia e, dopo avergli dato un biscottino, mi chiudo la porta alle spalle.
Sull’ascensore mi metto il mascara, quando arrivo al secondo piano cambio occhio.
Al piano terra indietreggio e lo richiudo sporcandomi quasi sempre le mani.
Poi slego la mia bici verde e parto velocissima giù per la discesa.
Ogni mattina, quando sfreccio sulla strada lungo il fiume, incrocio un uomo.
Avrà si e no 60 anni ma dimostra molti di più, lo sguardo nel vuoto ed un berettino blu scuro.
Davanti a lui un bicchiere ed un cartello.
Ogni mattina gli sfreccio vicino, attenta a non avvicinarmi troppo per paura di urtarlo. È sempre lì, nella stessa posizione.
Quando piove si sposta di qualche metro più giù, riparandosi sotto una piccola tettoia.
Ogni giorno quando alle 17:30 finisco di lavorare so già che lo troverò ancora, nello stesso posto e con lo stesso sguardo.
È un po’ il mio appuntamento fisso e, pur non avendoci mai parlato e non sapendo nulla della sua storia, so bene cosa proverei il giorno che non dovessi più rivederlo lì.
La settimana che inizia è un po’ speciale, è la settimana del compleanno mio e di Lavinia, quella dei lunghi festeggiamenti e delle candeline soffiate, quella degli abbracci con la mia famiglia e dei momenti trascorsi insieme.
Finalmente compirò 30 anni, e anche se non me la sento ancora di tirare le somme, una cosa mi sento di dirla alla Gaia che sono oggi:
“Vivi la vita al massimo, rispetta ciò che provi e sii gentile, sempre, con te stessa e con le persone che incontri per strada”.
Domani mattina mi sveglierò un pochino prima, scenderò al bar sotto casa, prenderò due brioches, una per me ed una per quel signore, con la speranza che quella piccola colazione possa accendere in lui la voglia di ricambiare il mio saluto ogni mattina.
#ungestogentile
Perché essere gentili, oggi, è la vera rivoluzione.
#latendainsalotto
Da un anno lavoro in ufficio. Da un anno ho gli stessi orari, gli stessi giorni di riposo e la stessa strada da percorrere. Ogni mattina riempio la borraccia, la infino nello zaino, accarezzo Salvia e, dopo avergli dato un biscottino, mi chiudo la porta alle spalle. Sull’ascensore mi metto il mascara, quando arrivo al secondo piano cambio occhio. Al piano terra indietreggio e lo richiudo sporcandomi quasi sempre le mani. Poi slego la mia bici verde e parto velocissima giù per la discesa. Ogni mattina, quando sfreccio sulla strada lungo il fiume, incrocio un uomo. Avrà si e no 60 anni ma dimostra molti di più, lo sguardo nel vuoto ed un berettino blu scuro. Davanti a lui un bicchiere ed un cartello. Ogni mattina gli sfreccio vicino, attenta a non avvicinarmi troppo per paura di urtarlo. È sempre lì, nella stessa posizione. Quando piove si sposta di qualche metro più giù, riparandosi sotto una piccola tettoia. Ogni giorno quando alle 17:30 finisco di lavorare so già che lo troverò ancora, nello stesso posto e con lo stesso sguardo. È un po’ il mio appuntamento fisso e, pur non avendoci mai parlato e non sapendo nulla della sua storia, so bene cosa proverei il giorno che non dovessi più rivederlo lì. La settimana che inizia è un po’ speciale, è la settimana del compleanno mio e di Lavinia, quella dei lunghi festeggiamenti e delle candeline soffiate, quella degli abbracci con la mia famiglia e dei momenti trascorsi insieme. Finalmente compirò 30 anni, e anche se non me la sento ancora di tirare le somme, una cosa mi sento di dirla alla Gaia che sono oggi: “Vivi la vita al massimo, rispetta ciò che provi e sii gentile, sempre, con te stessa e con le persone che incontri per strada”. Domani mattina mi sveglierò un pochino prima, scenderò al bar sotto casa, prenderò due brioches, una per me ed una per quel signore, con la speranza che quella piccola colazione possa accendere in lui la voglia di ricambiare il mio saluto ogni mattina. #ungestogentile Perché essere gentili, oggi, è la vera rivoluzione. #latendainsalotto
La mattina sono sempre il primo ad alzarmi.
Un tempo ero più performante e scattavo verticale già al primo suono della sveglia.
Da un paio di anni ho iniziato a puntarne tre e, puntualmente, mi sveglio 10 minuti dopo aver ritardato la terza.
Avanzo nel buio del corridoio.
In fondo alla sala riconosco il cane Salvia, che assume le sembianze di una girella sul tappeto bianco.
Intrepido mi avventuro in uno “slalom” tra i giocattoli abbandonati a terra la sera precedente, dando per scontato che almeno un piccolo pezzetto di Lego perfettamente mimetizzato nel buio delle sei del mattino, finirà per conficcarsi nella pianta del mio piede aprendo la giornata con la prima delle imprecazioni che poi, inevitabilmente, mi accompagneranno al lavoro.
Mentre sale il caffè apparecchio la tavola e accendo una candela.
Alzo le tapparelle e accompagno Lavinia nel lettone dalla mamma.
Poi scendo con Salvia e risalgo in tempo per sentire il primo “Pa-Pà” della giornata, urlato dal letto bianco con le sbarre.
E’ li che inizia la vera performance, fatta di colazioni e cambi pannolino, abiti che la sera erano perfetti ma che al mattino diventano scomodi, calze, scarpe, grembiuli, lavaggio faccia e denti, merende dimenticate e brioches acquistate al bar sottocasa.
Lavinia preferisce le canzoni dello Zecchino, Brando l’audiolibro di Cappuccetto Rosso.
Sono già sudato, e sono appena le otto.
“Lavinia, ma lo sai che ogni mattina non vedo l’ora di salire su questa macchina insieme a voi?”
“Papà, la scorciatoia!”
“Cacchio ho sbagliato strada”
“Meno male che ci siamo io e Brando, da solo chissà dove finiresti…”
Questo post non ha nulla di poetico, nessun colpo di scena finale.
E’ solo che in momenti come questi mi viene da chiedermi che cosa mi sarei perso se mi fossi limitato a fare “l’uomo di casa”. Scrivo questo post perché ieri ho sentito un ragazzo sulla quarantina giustificarsi così:
La mattina sono sempre il primo ad alzarmi. Un tempo ero più performante e scattavo verticale già al primo suono della sveglia. Da un paio di anni ho iniziato a puntarne tre e, puntualmente, mi sveglio 10 minuti dopo aver ritardato la terza. Avanzo nel buio del corridoio. In fondo alla sala riconosco il cane Salvia, che assume le sembianze di una girella sul tappeto bianco. Intrepido mi avventuro in uno “slalom” tra i giocattoli abbandonati a terra la sera precedente, dando per scontato che almeno un piccolo pezzetto di Lego perfettamente mimetizzato nel buio delle sei del mattino, finirà per conficcarsi nella pianta del mio piede aprendo la giornata con la prima delle imprecazioni che poi, inevitabilmente, mi accompagneranno al lavoro. Mentre sale il caffè apparecchio la tavola e accendo una candela. Alzo le tapparelle e accompagno Lavinia nel lettone dalla mamma. Poi scendo con Salvia e risalgo in tempo per sentire il primo “Pa-Pà” della giornata, urlato dal letto bianco con le sbarre. E’ li che inizia la vera performance, fatta di colazioni e cambi pannolino, abiti che la sera erano perfetti ma che al mattino diventano scomodi, calze, scarpe, grembiuli, lavaggio faccia e denti, merende dimenticate e brioches acquistate al bar sottocasa. Lavinia preferisce le canzoni dello Zecchino, Brando l’audiolibro di Cappuccetto Rosso. Sono già sudato, e sono appena le otto. “Lavinia, ma lo sai che ogni mattina non vedo l’ora di salire su questa macchina insieme a voi?” “Papà, la scorciatoia!” “Cacchio ho sbagliato strada” “Meno male che ci siamo io e Brando, da solo chissà dove finiresti…” Questo post non ha nulla di poetico, nessun colpo di scena finale. E’ solo che in momenti come questi mi viene da chiedermi che cosa mi sarei perso se mi fossi limitato a fare “l’uomo di casa”. Scrivo questo post perché ieri ho sentito un ragazzo sulla quarantina giustificarsi così: "E’ logico che siano più legati alla mamma, li ha tenuti in pancia 9 mesi". Sarebbe bello ci accorgessimo che anche nella parola PAPA’ ci sono due belle pance tonde e, tante volte, dovremmo solo provare a rileggerla. #latendainsalotto *adv @catimini_official
Era il giorno del mio settimo compleanno.
Festa in casa con gli zii ed i cugini.
Soffio le candeline e tutti iniziano a consegnarmi i regali.
Era da un anno che chiedevo ai miei genitori dei pattini a rotelle.
Quelli con le ruote in fila, neri opachi con la punta lucida.
Quelli che bastava indossarli per assomigliare alle atlete della TV.
Scarto tutti i regali, uno ad uno.
Un maglione, una viodeocassetta, un peluche dalla nonna.
Arriva il momento dei miei genitori.
Li vedo avvicinarsi mentre mi porgono un lecca lecca con un coniglietto.
“Tanti auguri Gaia”, un abbraccio da papà e un bacio dalla mamma.
Sorrido, li ringrazio e corro in camera a giocare con i miei cugini.
“Non sono arrivati i pattini”, penso tra me, “Poco male, ci sarà un’altra occasione, guarda però che bella festa che mi hanno organizzato”.
Ogni volta che torno a quel pensiero mi commuovo.
Perché a distanza di anni mi rendo conto di quanto fosse puro e genuino l’amore per i miei genitori.
Dopo appena cinque minuti sento chiamare il mio nome.
Arrivo in sala e, dietro al bracciolo sinistro del divano, fa capolino un pacchetto rosso.
Il cuore mi batte all’impazzata.
Abbraccio mamma ancora prima di aprirlo.
“GRAZIE!”.
All’interno ecco i miei pattini preferiti e il cuore si riempie di gratitudine.
Ciò che però non ho mai detto ai miei genitori è che davanti al loro affetto mi bastava davvero solo quella piccola caramella.
Ventuno anni più tardi sono sul terrazzo di casa mia e, mentre stendo l’ennesima lavatrice e ripeto a Lavinia che deve utilizzare una sola molletta per capo, fissandola sul lato e non in centro, lei mi guarda un pò impacciata:
“Sai mamma che ogni pomeriggio, quando vado in bicicletta, mi ricordo che me l’hai regalata tu e penso che mi manchi tanto”.
Rimango spiazzata per un pensiero così profondo e pulito.
Un sentimento che riconosco benissimo perchè lo provo ogni volta che rivedo qualcosa di bello che hanno fatto per me i miei genitori.
Perché a volte i sentimenti sono una frase detta a bassa voce mentre si è intenti a fare tutt’altro, o un lecca lecca ancora sigillato, conservato gelosamente nel primo cassetto della mia cameretta d’infanzia.
#latendainsalotto
Era il giorno del mio settimo compleanno. Festa in casa con gli zii ed i cugini. Soffio le candeline e tutti iniziano a consegnarmi i regali. Era da un anno che chiedevo ai miei genitori dei pattini a rotelle. Quelli con le ruote in fila, neri opachi con la punta lucida. Quelli che bastava indossarli per assomigliare alle atlete della TV. Scarto tutti i regali, uno ad uno. Un maglione, una viodeocassetta, un peluche dalla nonna. Arriva il momento dei miei genitori. Li vedo avvicinarsi mentre mi porgono un lecca lecca con un coniglietto. “Tanti auguri Gaia”, un abbraccio da papà e un bacio dalla mamma. Sorrido, li ringrazio e corro in camera a giocare con i miei cugini. “Non sono arrivati i pattini”, penso tra me, “Poco male, ci sarà un’altra occasione, guarda però che bella festa che mi hanno organizzato”. Ogni volta che torno a quel pensiero mi commuovo. Perché a distanza di anni mi rendo conto di quanto fosse puro e genuino l’amore per i miei genitori. Dopo appena cinque minuti sento chiamare il mio nome. Arrivo in sala e, dietro al bracciolo sinistro del divano, fa capolino un pacchetto rosso. Il cuore mi batte all’impazzata. Abbraccio mamma ancora prima di aprirlo. “GRAZIE!”. All’interno ecco i miei pattini preferiti e il cuore si riempie di gratitudine. Ciò che però non ho mai detto ai miei genitori è che davanti al loro affetto mi bastava davvero solo quella piccola caramella. Ventuno anni più tardi sono sul terrazzo di casa mia e, mentre stendo l’ennesima lavatrice e ripeto a Lavinia che deve utilizzare una sola molletta per capo, fissandola sul lato e non in centro, lei mi guarda un pò impacciata: “Sai mamma che ogni pomeriggio, quando vado in bicicletta, mi ricordo che me l’hai regalata tu e penso che mi manchi tanto”. Rimango spiazzata per un pensiero così profondo e pulito. Un sentimento che riconosco benissimo perchè lo provo ogni volta che rivedo qualcosa di bello che hanno fatto per me i miei genitori. Perché a volte i sentimenti sono una frase detta a bassa voce mentre si è intenti a fare tutt’altro, o un lecca lecca ancora sigillato, conservato gelosamente nel primo cassetto della mia cameretta d’infanzia. #latendainsalotto
Siamo al supermercato.
In coda alla cassa attendiamo il nostro turno.
Brando è aggrappato a me e sta facendo un capriccio, io cerco di coccolarlo e provo a distrarlo raccontandogli cosa faremo nel pomeriggio.
Noto che la signora davanti a noi continua a guardarci con la coda dell’occhio.
Ha si e no una cinquantina d’anni, i capelli tinti di un bel rosso acceso e una borsa appesa alla spalla.
Finisce di riporre la sua spesa nel carrello, poi guarda Brando ed esclama: “Susu piccolino, basta piangere, i veri uomini non piangono”.
Rimango interdetta perchè quella frase “vecchio stampo” è proprio l’opposto di quel che cerco quotidianamente di insegnare ai miei figli.
E mentre Brando continua a dimenarsi, la signora paga e si allontana.
Lavinia mi guarda incuriosita: “Mamma, ma è vero che gli uomini non piangono?”.
Sospiro mentre, sorridendo, passo alla cassiera la carta fedeltà.
“Gli uomini hanno lo stesso diritto di piangere di noi donne”.
Non sono una madre perfetta e spesso sbaglio anche io ad usare le parole per spiegare dei concetti.
Ma una cosa ci terrò sempre a trasmetterla ai miei figli.
Non c’è differenza nei sentimenti tra uomini e donne.
Gli uomini non sono più chiusi e anaffettivi, gli uomini non piangono di meno.
Proprio come non esistono giochi e compiti “da uomo” e “da donna”.
Quotidianamente Lavinia e Brando mi aiutano in casa. Brando piega i calzini e mi aiuta a sistemare le mollette quando stendo.
Ho un bambino che ama giocare con l’aspirapolvere, che quando esce chiede di poter spingere il passeggino, che muore dalle risate quando indossa le gonne di Lavinia.
Sono stanca di questi preconcetti.
Stanca perché spesso chi punta il dito sono gli stessi che si lamentano del marito.
“Mio marito non mi aiuta, mio marito non sa cucinare, non parla con me, non cambia il pannolino ai bambini”.
Ed una cosa ho voglia di riportarla qui, dopo la frase di quella signora dai capelli rossi: il futuro dipende da noi. Siamo noi a decidere come crescere i nostri figli. Ed io sono certa di una cosa. Un bambino che può piangere, che può passare l’aspirapolvere, che può giocare in cucina o con le bambole, sarà certamente un adulto più responsabile, rispettoso e libero.
Siamo al supermercato. In coda alla cassa attendiamo il nostro turno. Brando è aggrappato a me e sta facendo un capriccio, io cerco di coccolarlo e provo a distrarlo raccontandogli cosa faremo nel pomeriggio. Noto che la signora davanti a noi continua a guardarci con la coda dell’occhio. Ha si e no una cinquantina d’anni, i capelli tinti di un bel rosso acceso e una borsa appesa alla spalla. Finisce di riporre la sua spesa nel carrello, poi guarda Brando ed esclama: “Susu piccolino, basta piangere, i veri uomini non piangono”. Rimango interdetta perchè quella frase “vecchio stampo” è proprio l’opposto di quel che cerco quotidianamente di insegnare ai miei figli. E mentre Brando continua a dimenarsi, la signora paga e si allontana. Lavinia mi guarda incuriosita: “Mamma, ma è vero che gli uomini non piangono?”. Sospiro mentre, sorridendo, passo alla cassiera la carta fedeltà. “Gli uomini hanno lo stesso diritto di piangere di noi donne”. Non sono una madre perfetta e spesso sbaglio anche io ad usare le parole per spiegare dei concetti. Ma una cosa ci terrò sempre a trasmetterla ai miei figli. Non c’è differenza nei sentimenti tra uomini e donne. Gli uomini non sono più chiusi e anaffettivi, gli uomini non piangono di meno. Proprio come non esistono giochi e compiti “da uomo” e “da donna”. Quotidianamente Lavinia e Brando mi aiutano in casa. Brando piega i calzini e mi aiuta a sistemare le mollette quando stendo. Ho un bambino che ama giocare con l’aspirapolvere, che quando esce chiede di poter spingere il passeggino, che muore dalle risate quando indossa le gonne di Lavinia. Sono stanca di questi preconcetti. Stanca perché spesso chi punta il dito sono gli stessi che si lamentano del marito. “Mio marito non mi aiuta, mio marito non sa cucinare, non parla con me, non cambia il pannolino ai bambini”. Ed una cosa ho voglia di riportarla qui, dopo la frase di quella signora dai capelli rossi: il futuro dipende da noi. Siamo noi a decidere come crescere i nostri figli. Ed io sono certa di una cosa. Un bambino che può piangere, che può passare l’aspirapolvere, che può giocare in cucina o con le bambole, sarà certamente un adulto più responsabile, rispettoso e libero.

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