Siamo partiti da casa dei nonni con gli occhi lucidi.
Salendo in macchina hai sbattuto la portiera dicendo: “Basta, anche se ne facciamo solo una all'anno questa è l'ultima volta che partiamo per una vacanza senza i bambini!“.
Ieri sera avevamo l’umore sottoterra, davanti a noi un viaggio infinito.
Dopo appena cinque minuti il navigatore ci aveva già fatto cambiare strada tre volte.
Iniziamo a parlare subito, un po’ per tenerci svegli, un po’ per affrontare di tutte quelle faccende
Siamo partiti da casa dei nonni con gli occhi lucidi. Salendo in macchina hai sbattuto la portiera dicendo: “Basta, anche se ne facciamo solo una all'anno questa è l'ultima volta che partiamo per una vacanza senza i bambini!“. Ieri sera avevamo l’umore sottoterra, davanti a noi un viaggio infinito. Dopo appena cinque minuti il navigatore ci aveva già fatto cambiare strada tre volte. Iniziamo a parlare subito, un po’ per tenerci svegli, un po’ per affrontare di tutte quelle faccende "da adulti" delle quali fatichiamo sempre a parlare nelle sere in settimana, dopo una giornata divisi tra lavoro e bambini. Dall’organizzazione dell’asilo di Brando, alla scelta dell’oratorio per Lavinia. Ci ritroviamo dopo un'ora ad aver snocciolato già almeno la metà dei discorsi che rimandavamo da un mese. Cinque ore di viaggio sono lunghe. E se le prime sono state sfruttate per questioni "organizzative", le altre le abbiamo utilizzate per riscoprirci. Riscoprirci come coppia, riuscendo addirittura a concludere un discorso senza essere interrotti nemmeno una volta. Sacchetto di patatine. Cambio al volante. Lasciamo la Svizzera, entriamo nel Liechtenstein attraversando un frammento di Austria mentre una volpe mi taglia la strada. Penso a Lavinia e Brando: staranno dormendo a casa dei nonni. Ti guardo illuminato da uno spicchio di luna che sembra più brillante del solito, in questa strada sperduta tra i boschi dell’Austria, e mi rendo conto che la verità è che non riuscirò mai a vederti solo come il padre dei miei figli. Non riuscirò mai a vederti solo come mio marito. Perchè tu sei il migliore degli amici, quello con cui non ho bisogno di riempire i silenzi, quello con cui riesco a confrontarmi su tutto. Quello che quando ho voglia di staccare per trascorrere una bella serata chiamo per bere una birra insieme. Buona terza luna di miele, Mimi. #latendainsalotto
Apro Facebook.
“I tuoi ricordi di 7 anni fa”.
Un vestito verde petrolio, una corona di alloro in testa e una pancia al nono mese.
Era il giorno della mia laurea ed io ero alla 36esima settimana di gravidanza.
Sono entrata a discutere la tesi dopo aver bevuto un bel bicchiere di acqua e zucchero, con le calze contenitive ed il terrore che per l’emozione si potessero rompere le acque davanti a metà università.
Ho discusso la tesi con la testa alta, le mani lungo i fianchi e tu che ti muovevi tantissimo.
Mi ricordo che alla domanda di un relatore mi hai tirato un calcio così forte nelle costole che mi ha fatto saltare in aria.
Davanti a me il sorriso di mia sorella, a metà tra la fierezza e la paura per il mio futuro “incerto”.
Ricordo l’abbraccio dei miei amici, il brindisi con l’acqua naturale e mamma che, dopo aver ascoltato i sogni dei miei compagni tra viaggi, master e contratti di lavoro già firmati, aveva battuto le mani esclamando: “Andiamo al ristorante?”.
Non ho mai avuto paura, perché ero molto consapevole delle mie scelte.
E anche se la vita mi aveva rigirato i piani, avevo trovato il coraggio di portare avanti quella gravidanza ed ero riuscita, quel giorno, a laurearmi nonostante molti mi avessero parlato dell’inutilità di quel titolo visto che tanto avrei “fatto la mamma”.
Ero una ragazza incastrata in una relazione che non mi rendeva felice, una testa calda su cui pochi avrebbero scommesso, con una borsa di studio inutilizzabile chiusa in un cassetto.
Ma la verità, cara Lavinia, è che c’è una cosa che spesso riesce a vincere il destino.
Ed è la forza di volontà, la determinazione.
E’ stato portare quella pancia dentro quell’aula a testa alta.
È stato imparare che spesso i programmi possono anche essere rinviati, non per forza cancellati.
Ho voluto mostrarti che una donna può fare quello che vuole, che poco importa quello che pensano gli altri, perché l’unica che dovrà credere in sè stessa dovrai essere proprio tu. “Dedico questa laurea a mia figlia Lavinia, con la speranza che possa sempre essere fiera di me”.
Con l’augurio che quando un giorno aprirai la tesi di laurea della tua mamma, tu lo possa davvero essere. 
#latendainsalotto
Apro Facebook. “I tuoi ricordi di 7 anni fa”. Un vestito verde petrolio, una corona di alloro in testa e una pancia al nono mese. Era il giorno della mia laurea ed io ero alla 36esima settimana di gravidanza. Sono entrata a discutere la tesi dopo aver bevuto un bel bicchiere di acqua e zucchero, con le calze contenitive ed il terrore che per l’emozione si potessero rompere le acque davanti a metà università. Ho discusso la tesi con la testa alta, le mani lungo i fianchi e tu che ti muovevi tantissimo. Mi ricordo che alla domanda di un relatore mi hai tirato un calcio così forte nelle costole che mi ha fatto saltare in aria. Davanti a me il sorriso di mia sorella, a metà tra la fierezza e la paura per il mio futuro “incerto”. Ricordo l’abbraccio dei miei amici, il brindisi con l’acqua naturale e mamma che, dopo aver ascoltato i sogni dei miei compagni tra viaggi, master e contratti di lavoro già firmati, aveva battuto le mani esclamando: “Andiamo al ristorante?”. Non ho mai avuto paura, perché ero molto consapevole delle mie scelte. E anche se la vita mi aveva rigirato i piani, avevo trovato il coraggio di portare avanti quella gravidanza ed ero riuscita, quel giorno, a laurearmi nonostante molti mi avessero parlato dell’inutilità di quel titolo visto che tanto avrei “fatto la mamma”. Ero una ragazza incastrata in una relazione che non mi rendeva felice, una testa calda su cui pochi avrebbero scommesso, con una borsa di studio inutilizzabile chiusa in un cassetto. Ma la verità, cara Lavinia, è che c’è una cosa che spesso riesce a vincere il destino. Ed è la forza di volontà, la determinazione. E’ stato portare quella pancia dentro quell’aula a testa alta. È stato imparare che spesso i programmi possono anche essere rinviati, non per forza cancellati. Ho voluto mostrarti che una donna può fare quello che vuole, che poco importa quello che pensano gli altri, perché l’unica che dovrà credere in sè stessa dovrai essere proprio tu. “Dedico questa laurea a mia figlia Lavinia, con la speranza che possa sempre essere fiera di me”. Con l’augurio che quando un giorno aprirai la tesi di laurea della tua mamma, tu lo possa davvero essere. #latendainsalotto
Quando mio padre ha incontrato per la prima volta mia madre lei aveva 16 anni, i pantaloni a zampa e la fronte coperta da una folta frangia.
Era la classica “ragazza dell’oratorio”, viveva in un piccolo appartamento di 70 mq con altri tre fratelli, due genitori e una nonna materna.
Aveva iniziato a lavorare da giovane per aiutare la sua famiglia.
Papà invece aveva 22 anni, i capelli ricci, i baffetti neri e un grosso neo sulla guancia destra.
Lavorava già da “una vita” e guidava un’Alfetta rossa.
A differenza di mia madre, papà era il classico ragazzo da cui era meglio stare alla larga.
Ma era molto bravo a corteggiarla, e alla fine mamma ci è cascata.
Non è stato amore a prima vista, ma per entrambi è stato il primo.
Dopo un mese si sono lasciati perché nonna non voleva.
Mamma mi racconta che per due settimane ha cercato di pensare ad altro, di lavorare, di uscire con le colleghe.
Ma poi un pomeriggio aveva una moneta in tasca e, passando davanti ad una cabina del telefono, si è fermata ed ha chiamato proprio lui.
Mio padre è arrivato subito, come se stesse aspettando solo quel momento.
Da quel giorno non si sono più lasciati.
Oggi festeggiano 37 anni di matrimonio e 6 di fidanzamento.
Una vita trascorsa insieme, insomma.
Di baci prima di dormire e di abbracci prima di andare al lavoro.
Non li ho mai visti litigare. Non li ho mai visti uscire da soli, l’uno senza l’altro.
Una vita di cose semplici, senza grandi viaggi attorno al mondo ma piena di infinite passeggiate per le vie del centro, abbracciati, sempre. Anche adesso.
Il giorno del loro anniversario mamma preparava la cena come tutte le altre sere, ma al centro del tavolo si accendeva una candela.
Bastava quello per creare qualcosa di nuovo.
Da quando io e mia sorella siamo uscite di casa e seduti a quel tavolo sono rimasti solo loro due, quella candela viene accesa tutte le sere.
Io li osservo e, nel mio modo diverso di vivere il mio matrimonio, li invidio.
Perché forse il segreto sta proprio lì, nell’aver voglia anche dopo 37 anni di accendere quella candela, rendendo un giorno qualunque un pochino più speciale.
Grazie per essere ogni giorno il mio esempio da seguire,
vi amo tanto.
Gaia
Quando mio padre ha incontrato per la prima volta mia madre lei aveva 16 anni, i pantaloni a zampa e la fronte coperta da una folta frangia. Era la classica “ragazza dell’oratorio”, viveva in un piccolo appartamento di 70 mq con altri tre fratelli, due genitori e una nonna materna. Aveva iniziato a lavorare da giovane per aiutare la sua famiglia. Papà invece aveva 22 anni, i capelli ricci, i baffetti neri e un grosso neo sulla guancia destra. Lavorava già da “una vita” e guidava un’Alfetta rossa. A differenza di mia madre, papà era il classico ragazzo da cui era meglio stare alla larga. Ma era molto bravo a corteggiarla, e alla fine mamma ci è cascata. Non è stato amore a prima vista, ma per entrambi è stato il primo. Dopo un mese si sono lasciati perché nonna non voleva. Mamma mi racconta che per due settimane ha cercato di pensare ad altro, di lavorare, di uscire con le colleghe. Ma poi un pomeriggio aveva una moneta in tasca e, passando davanti ad una cabina del telefono, si è fermata ed ha chiamato proprio lui. Mio padre è arrivato subito, come se stesse aspettando solo quel momento. Da quel giorno non si sono più lasciati. Oggi festeggiano 37 anni di matrimonio e 6 di fidanzamento. Una vita trascorsa insieme, insomma. Di baci prima di dormire e di abbracci prima di andare al lavoro. Non li ho mai visti litigare. Non li ho mai visti uscire da soli, l’uno senza l’altro. Una vita di cose semplici, senza grandi viaggi attorno al mondo ma piena di infinite passeggiate per le vie del centro, abbracciati, sempre. Anche adesso. Il giorno del loro anniversario mamma preparava la cena come tutte le altre sere, ma al centro del tavolo si accendeva una candela. Bastava quello per creare qualcosa di nuovo. Da quando io e mia sorella siamo uscite di casa e seduti a quel tavolo sono rimasti solo loro due, quella candela viene accesa tutte le sere. Io li osservo e, nel mio modo diverso di vivere il mio matrimonio, li invidio. Perché forse il segreto sta proprio lì, nell’aver voglia anche dopo 37 anni di accendere quella candela, rendendo un giorno qualunque un pochino più speciale. Grazie per essere ogni giorno il mio esempio da seguire, vi amo tanto. Gaia
La casa in cui vivevo con i miei genitori era molto grande.
Una porzione di casa indipendente con un cortile, quattro camere da letto, tre bagni, una sala ed un bellissimo soppalco.
Era situata in un vicolo stretto, all’interno del vecchio rione di Malavedo.
In salotto c’era un bel divano, due poltrone e un camino, un sacco di vinili di papà, un giradischi, una vecchia macchina da cucire ed una cassettiera in rovere scuro.
Nel cassetto più basso c’era lo spazio dedicato a me.
Erano tutti quei giochi che mamma, stufa di portare su e giù per le scale, si era arresa a lasciare lì.
Non ricordo perché non stessi nella mia camera a giocare.
Forse perché, pur perdendomi nel mio mondo tra macchinine e figurine, sentivo comunque il desiderio di non isolarmi, di restare vicino alla mia famiglia.
Di sentire le loro voci in sottofondo e il rumore dei piatti posati uno sopra l’altro prima della cena.
Di respirare il profumo del sugo o, il sabato, quello della pizza.
Quelle sensazioni credo mi siano entrate sottopelle, trasformandosi poi negli anni in veri e propri desideri.
Quando cercavamo la casa in cui vivere continuavo a ripetere a Gaia: “Le stanze possono pure essere piccole, ma la zona giorno deve essere enorme per poter giocare tutti insieme”.
Mi viene da sorridere ora mentre ci penso.
Nessun mobile di design, nessun tavolo di cristallo.
Abbiamo arredato una casa pensando a come giocare a nascondino, a bandiera o a 123 stella.
Mi vien da ridere se ripenso che, fino a qualche tempo fa, avrei trovato un modo per far scomparire le decine di disegni di Lavinia mentre ora, invece, ho comprato delle cornici e le ho riempite con i suoi
La casa in cui vivevo con i miei genitori era molto grande. Una porzione di casa indipendente con un cortile, quattro camere da letto, tre bagni, una sala ed un bellissimo soppalco. Era situata in un vicolo stretto, all’interno del vecchio rione di Malavedo. In salotto c’era un bel divano, due poltrone e un camino, un sacco di vinili di papà, un giradischi, una vecchia macchina da cucire ed una cassettiera in rovere scuro. Nel cassetto più basso c’era lo spazio dedicato a me. Erano tutti quei giochi che mamma, stufa di portare su e giù per le scale, si era arresa a lasciare lì. Non ricordo perché non stessi nella mia camera a giocare. Forse perché, pur perdendomi nel mio mondo tra macchinine e figurine, sentivo comunque il desiderio di non isolarmi, di restare vicino alla mia famiglia. Di sentire le loro voci in sottofondo e il rumore dei piatti posati uno sopra l’altro prima della cena. Di respirare il profumo del sugo o, il sabato, quello della pizza. Quelle sensazioni credo mi siano entrate sottopelle, trasformandosi poi negli anni in veri e propri desideri. Quando cercavamo la casa in cui vivere continuavo a ripetere a Gaia: “Le stanze possono pure essere piccole, ma la zona giorno deve essere enorme per poter giocare tutti insieme”. Mi viene da sorridere ora mentre ci penso. Nessun mobile di design, nessun tavolo di cristallo. Abbiamo arredato una casa pensando a come giocare a nascondino, a bandiera o a 123 stella. Mi vien da ridere se ripenso che, fino a qualche tempo fa, avrei trovato un modo per far scomparire le decine di disegni di Lavinia mentre ora, invece, ho comprato delle cornici e le ho riempite con i suoi "scarabocchi" e con delle foto, mettendole nel punto più centrale della casa. Però oggi è domenica, sono ai fornelli e guardo loro giocare. Vedo Gaia che ride, Lavinia che sistema i quadretti, Brando che l’abbraccia e capisco che tutto ha un senso, che forse i sogni più semplici della tua infanzia si depositano nel cuore e riemergono nel momento esatto in cui li realizzi. #mimi #latendainsalotto *ADV [Grazie a @hpeurope per la stampa delle nostre foto preferite #HPSprocketStudio]

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