Si dice che, una donna, quando cambia colore dei capelli cambia vita.
O almeno, per me è sempre stato così.
Lego ogni periodo della mia vita ad un determinato taglio o colore.
Nei 3 anni di università ho sempre portato il caschetto, di un bel nero corvino e la frangetta.
Quella corta corta, che mi induriva le espressioni del viso aiutandomi a nascondere un animo forse troppo sensibile.
Da quando è nata Lavinia invece, ho sempre portato i capelli lunghi, la riga in mezzo e i toni chiari.
Ricordo perfettamente il giorno in cui mi sono fatta i capelli rossi.
Lo ricordo perché, quello stesso giorno, ho per la prima volta trovato il coraggio di uscire di casa da sola dopo la nascita di Lavinia.
Il coraggio di ascoltarmi di più, di uscire da quelle mura piene ormai di tristezza e di silenzi.
Il giorno in cui mi sono fatta i capelli rossi ho deciso che prima di tutto ci sarebbe dovuta essere la mia felicità. L’ho fatto con coraggio, credendo in me stessa, con paura si, ma con la voglia di dare una svolta alla mia vita.
Dopo il rosso è arrivato il biondo con il quale mi sono sposata e poi il mio adorato rosa, appena un mese dopo il matrimonio.
Quel rosa che ho sentito così tanto mio, che ha rappresentato forse uno dei periodi più belli e felici della mia vita.
Può sembrare assurdo, ma quando i miei capelli hanno iniziato a non assorbire più nessuna tinta stavamo traslocando.
Ed io, che a queste cose faccio sempre troppo caso, l’ho vissuto come un segno del destino: “Ecco ora cambia tutto”.
Lasciare quella casa gialla con la paura di perdere tutto ciò che con fatica mi ero guadagnata.
Ieri, tornando dal lavoro mentre il vento soffiava forte ed il sole splendeva altissimo nel cielo, mi sono fermata in un negozio, lo stesso dove circa 3 anni fa comprai per la prima volta la mia tinta rosa.
Poco dopo mi asciugavo i capelli, con il sorriso in volto.
Mentre vedevo le punte che iniziavano a volare in aria, colorate di arancione.
Ora, ogni volta che mi guarderò allo specchio, lo farò per ricordarmi che quello che tutti chiamano destino, io la chiamo fatica, impegno, dedizione.
Non solo per stravolgere le cose, ma anche per provare a tenerle belle così, proprio come sono.
Si dice che, una donna, quando cambia colore dei capelli cambia vita. O almeno, per me è sempre stato così. Lego ogni periodo della mia vita ad un determinato taglio o colore. Nei 3 anni di università ho sempre portato il caschetto, di un bel nero corvino e la frangetta. Quella corta corta, che mi induriva le espressioni del viso aiutandomi a nascondere un animo forse troppo sensibile. Da quando è nata Lavinia invece, ho sempre portato i capelli lunghi, la riga in mezzo e i toni chiari. Ricordo perfettamente il giorno in cui mi sono fatta i capelli rossi. Lo ricordo perché, quello stesso giorno, ho per la prima volta trovato il coraggio di uscire di casa da sola dopo la nascita di Lavinia. Il coraggio di ascoltarmi di più, di uscire da quelle mura piene ormai di tristezza e di silenzi. Il giorno in cui mi sono fatta i capelli rossi ho deciso che prima di tutto ci sarebbe dovuta essere la mia felicità. L’ho fatto con coraggio, credendo in me stessa, con paura si, ma con la voglia di dare una svolta alla mia vita. Dopo il rosso è arrivato il biondo con il quale mi sono sposata e poi il mio adorato rosa, appena un mese dopo il matrimonio. Quel rosa che ho sentito così tanto mio, che ha rappresentato forse uno dei periodi più belli e felici della mia vita. Può sembrare assurdo, ma quando i miei capelli hanno iniziato a non assorbire più nessuna tinta stavamo traslocando. Ed io, che a queste cose faccio sempre troppo caso, l’ho vissuto come un segno del destino: “Ecco ora cambia tutto”. Lasciare quella casa gialla con la paura di perdere tutto ciò che con fatica mi ero guadagnata. Ieri, tornando dal lavoro mentre il vento soffiava forte ed il sole splendeva altissimo nel cielo, mi sono fermata in un negozio, lo stesso dove circa 3 anni fa comprai per la prima volta la mia tinta rosa. Poco dopo mi asciugavo i capelli, con il sorriso in volto. Mentre vedevo le punte che iniziavano a volare in aria, colorate di arancione. Ora, ogni volta che mi guarderò allo specchio, lo farò per ricordarmi che quello che tutti chiamano destino, io la chiamo fatica, impegno, dedizione. Non solo per stravolgere le cose, ma anche per provare a tenerle belle così, proprio come sono.
Ciao “Guzzi”,
so bene che ami quando ti scrivo delle lettere.
E so altrettanto bene che ami che io lo faccia nei momenti non convenzionali.
Ti piace svegliarti e ritrovarle lì, sul comodino, oppure attaccate alla porta di casa al tuo rientro dal lavoro. Così, quando meno te lo aspetti.
Solo che oggi è la festa della mamma, l’occasione è piuttosto scontata, ma so anche che non apprezzi particolarmente quando mi dimentico delle ricorrenze.
E quindi come spesso accade eccomi qui, all’ultimo minuto, a riempire di scarabocchi il mio quaderno del lavoro, fingendo delle scadenze improvvisate, casualmente proprio a ridosso di una data che mi sarei dovuto ricordare con maggiore anticipo.
Mi piacerebbe parlarti dell’amore che Lavinia e Brando provano nei tuoi confronti, quello che mi mostrano quotidianamente quando, appena svegli, mi indicano come prima cosa il lettone nel quale ancora tu dormi beata.
Per dar voce a loro vorrei provare ad usare le mie parole, certamente più complesse e meno “dirette”, nel tentativo di raccontarti il perché sei e rimarrai per noi la mamma migliore del mondo.
Ma soprattutto vorrei trovare quelle giuste per ringraziarti per essere sempre capace di mettere la tua famiglia al centro, riuscendo a non farci mai vivere la sensazione che per realizzare un tuo sogno, una tua ambizione, un tuo progetto, tu ci possa aver messo in secondo piano.
Mi piace la tua capacità di coinvolgere i nostri figli in tutte le nostre attività, senza mai “tagliarli fuori”, di portare il tuo “essere mamma” all'interno di ogni tuo discorso. Mi piace quando il venerdì sera, stanca della settimana lavorativa, mi sorridi ed hai già un piano preciso per il week end.
Ma visto che solitamente le parole, quelle giuste, sei tu quella più brava ad adoperarle, per oggi limitati ad apprezzare la nostra impacciata lettera, con la quale vorremmo semplicemente riuscire a dirti che anche quando pensi di sbagliare in realtà stai facendo un ottimo lavoro, perché in ogni tuo gesto si vede chiaramente tutto l'amore che hai per noi.
Grazie,
il tuo mimi
#latendainsalotto #mimi
Ciao “Guzzi”, so bene che ami quando ti scrivo delle lettere. E so altrettanto bene che ami che io lo faccia nei momenti non convenzionali. Ti piace svegliarti e ritrovarle lì, sul comodino, oppure attaccate alla porta di casa al tuo rientro dal lavoro. Così, quando meno te lo aspetti. Solo che oggi è la festa della mamma, l’occasione è piuttosto scontata, ma so anche che non apprezzi particolarmente quando mi dimentico delle ricorrenze. E quindi come spesso accade eccomi qui, all’ultimo minuto, a riempire di scarabocchi il mio quaderno del lavoro, fingendo delle scadenze improvvisate, casualmente proprio a ridosso di una data che mi sarei dovuto ricordare con maggiore anticipo. Mi piacerebbe parlarti dell’amore che Lavinia e Brando provano nei tuoi confronti, quello che mi mostrano quotidianamente quando, appena svegli, mi indicano come prima cosa il lettone nel quale ancora tu dormi beata. Per dar voce a loro vorrei provare ad usare le mie parole, certamente più complesse e meno “dirette”, nel tentativo di raccontarti il perché sei e rimarrai per noi la mamma migliore del mondo. Ma soprattutto vorrei trovare quelle giuste per ringraziarti per essere sempre capace di mettere la tua famiglia al centro, riuscendo a non farci mai vivere la sensazione che per realizzare un tuo sogno, una tua ambizione, un tuo progetto, tu ci possa aver messo in secondo piano. Mi piace la tua capacità di coinvolgere i nostri figli in tutte le nostre attività, senza mai “tagliarli fuori”, di portare il tuo “essere mamma” all'interno di ogni tuo discorso. Mi piace quando il venerdì sera, stanca della settimana lavorativa, mi sorridi ed hai già un piano preciso per il week end. Ma visto che solitamente le parole, quelle giuste, sei tu quella più brava ad adoperarle, per oggi limitati ad apprezzare la nostra impacciata lettera, con la quale vorremmo semplicemente riuscire a dirti che anche quando pensi di sbagliare in realtà stai facendo un ottimo lavoro, perché in ogni tuo gesto si vede chiaramente tutto l'amore che hai per noi. Grazie, il tuo mimi #latendainsalotto #mimi
Ricordo la luce accesa, mia mamma e l’asciugamano caldo.
Nell’aria un odore acre, ho guardato fuori dalla finestra. “Mamma, guarda che così io non ce la faccio”
Si è avvicinata e mi ha preso Lavinia dalle braccia.
“Riposati”, mi ha suggerito accarezzandomi la testa.
Mi sono stesa nel letto.
Lo sguardo fisso, il muro bianco.
Avrei dovuto fare una sola cosa, allattare.
Era il gesto più naturale del mondo ma, io, non ne ero capace.
Era il quinto giorno di vita di mia figlia.
120 ore che non chiudevo occhio.
I punti esterni ed interni. Il dolore lancinante ogni volta che mi sedevo. Le mutande post parto che mi segnavano con una riga netta la pancia all’altezza dell’ombelico. La mancanza di respiro ogni volta che mi sedevo sul gabinetto. I capezzoli così doloranti che ogni volta che la maglietta si spostava sentivo delle lame nella schiena.
Il mio fisico, stravolto da nove mesi di gravidanza, era tornato ad essere un involucro vuoto.
Lavinia piangeva, piangeva in continuazione.
Mentre la bilancia calava ogni volta che andavo a pesarla in ospedale.
Le altre mamme intorno a me sorridevano, accarezzavano la testa di quei bambini attaccati al loro seno.
Mentre io ero attaccata ad un macchinario giallo che strizzava il mio seno come se fossi una mucca.
I pensieri correvano veloci, gli sguardi, le domande, le urla, gli ormoni impazziti.
Sono rinata il giorno in cui mio padre mi ha preso la mano:
“Non sarai meno di nessuno, prova a darle il latte artificiale.”
Quel giorno in quella stanza era primavera.
Sono riuscita a sentire per la prima volta il profumo della pelle di mia figlia, ho notato per la prima volta la sua fossetta sulla guancia sinistra, il nasino all’insù, gli occhi a mandorla, il suo calore e la sua pelle morbida.
Una donna viene dimessa dall’ospedale tre giorni dopo aver partorito, una pacca sulla spalla, un bel sorriso: “Se ha bisogno ci sono le strutture”. (Continua nei commenti..)
Ricordo la luce accesa, mia mamma e l’asciugamano caldo. Nell’aria un odore acre, ho guardato fuori dalla finestra. “Mamma, guarda che così io non ce la faccio” Si è avvicinata e mi ha preso Lavinia dalle braccia. “Riposati”, mi ha suggerito accarezzandomi la testa. Mi sono stesa nel letto. Lo sguardo fisso, il muro bianco. Avrei dovuto fare una sola cosa, allattare. Era il gesto più naturale del mondo ma, io, non ne ero capace. Era il quinto giorno di vita di mia figlia. 120 ore che non chiudevo occhio. I punti esterni ed interni. Il dolore lancinante ogni volta che mi sedevo. Le mutande post parto che mi segnavano con una riga netta la pancia all’altezza dell’ombelico. La mancanza di respiro ogni volta che mi sedevo sul gabinetto. I capezzoli così doloranti che ogni volta che la maglietta si spostava sentivo delle lame nella schiena. Il mio fisico, stravolto da nove mesi di gravidanza, era tornato ad essere un involucro vuoto. Lavinia piangeva, piangeva in continuazione. Mentre la bilancia calava ogni volta che andavo a pesarla in ospedale. Le altre mamme intorno a me sorridevano, accarezzavano la testa di quei bambini attaccati al loro seno. Mentre io ero attaccata ad un macchinario giallo che strizzava il mio seno come se fossi una mucca. I pensieri correvano veloci, gli sguardi, le domande, le urla, gli ormoni impazziti. Sono rinata il giorno in cui mio padre mi ha preso la mano: “Non sarai meno di nessuno, prova a darle il latte artificiale.” Quel giorno in quella stanza era primavera. Sono riuscita a sentire per la prima volta il profumo della pelle di mia figlia, ho notato per la prima volta la sua fossetta sulla guancia sinistra, il nasino all’insù, gli occhi a mandorla, il suo calore e la sua pelle morbida. Una donna viene dimessa dall’ospedale tre giorni dopo aver partorito, una pacca sulla spalla, un bel sorriso: “Se ha bisogno ci sono le strutture”. (Continua nei commenti..)
Forse un giorno prenderò coraggio e ti racconterò di quella mattina.
Era una delle prime in questa casa ed io, per colpa della luce, mi sono svegliata prima di te, maledicendo queste nuove tapparelle che hanno preso il posto delle persiane della casa gialla.
Girandomi e rigirandomi nel letto, nel vano tentativo di svegliarti, mi sono guardata in giro in quella stanza, piena di scatoloni ma ancora così poco piena di noi.
Quel muro bianco e il letto sfatto.
La luce prepotente creava dei fasci oro che tagliavano l’aria.
In quelle linee nette di luce io ho ritrovato gli “omini della polvere.”
Quando ero piccola chiamavo così quei minuscoli granelli di polvere che, scontrandosi con la luce del sole, creavano dei brillantini.
Degli omini impalpabili in moto perpetuo.
In un secondo torno indietro.
Ho 5 anni e sono distesa a pancia in su sul parquet della camera dei miei genitori.
Mamma passa l’aspirapolvere ed io, con le mani protratte verso l’alto, li faccio muovere.
Era questo il mio appuntamento del sabato mattina.
Quando mia sorella era a scuola ed io rimanevo a casa da sola con la mamma che mi ripeteva di mettermi a “fare qualcosa” e di smetterla di starmene lì ad oziare.
La verità è che quello che agli occhi di qualsiasi adulto poteva sembrare inutile e senza senso, nel mio cuore ha preso il posto di un ricordo indelebile.
Il ricordo della stanza dei miei genitori, della mia infanzia, del salmone al forno del sabato a pranzo, del rumore in lontananza della moto di mio papà che finiva prima di lavorare.
Gli omini della polvere sono esattamente quell’emozione lì.
La verità è che a 5 anni non potevo sapere che solo 24 anni più tardi avrei scoperto che possono cambiare le stanze, i pavimenti, il rumore dell’aspirapolvere, i vestiti che hai addosso o il fatto che da “figlia” tu ti sia trasformata in “mamma”, ma che per creare un momento eterno basta poco: un po’ di noia, la voglia di ascoltarsi e quell’amore lì, stai pur certa, che quello rimane per sempre.
#latendainsalotto
Forse un giorno prenderò coraggio e ti racconterò di quella mattina. Era una delle prime in questa casa ed io, per colpa della luce, mi sono svegliata prima di te, maledicendo queste nuove tapparelle che hanno preso il posto delle persiane della casa gialla. Girandomi e rigirandomi nel letto, nel vano tentativo di svegliarti, mi sono guardata in giro in quella stanza, piena di scatoloni ma ancora così poco piena di noi. Quel muro bianco e il letto sfatto. La luce prepotente creava dei fasci oro che tagliavano l’aria. In quelle linee nette di luce io ho ritrovato gli “omini della polvere.” Quando ero piccola chiamavo così quei minuscoli granelli di polvere che, scontrandosi con la luce del sole, creavano dei brillantini. Degli omini impalpabili in moto perpetuo. In un secondo torno indietro. Ho 5 anni e sono distesa a pancia in su sul parquet della camera dei miei genitori. Mamma passa l’aspirapolvere ed io, con le mani protratte verso l’alto, li faccio muovere. Era questo il mio appuntamento del sabato mattina. Quando mia sorella era a scuola ed io rimanevo a casa da sola con la mamma che mi ripeteva di mettermi a “fare qualcosa” e di smetterla di starmene lì ad oziare. La verità è che quello che agli occhi di qualsiasi adulto poteva sembrare inutile e senza senso, nel mio cuore ha preso il posto di un ricordo indelebile. Il ricordo della stanza dei miei genitori, della mia infanzia, del salmone al forno del sabato a pranzo, del rumore in lontananza della moto di mio papà che finiva prima di lavorare. Gli omini della polvere sono esattamente quell’emozione lì. La verità è che a 5 anni non potevo sapere che solo 24 anni più tardi avrei scoperto che possono cambiare le stanze, i pavimenti, il rumore dell’aspirapolvere, i vestiti che hai addosso o il fatto che da “figlia” tu ti sia trasformata in “mamma”, ma che per creare un momento eterno basta poco: un po’ di noia, la voglia di ascoltarsi e quell’amore lì, stai pur certa, che quello rimane per sempre. #latendainsalotto
Ho un file Word che utilizzo per scrivere con calma i testi che poi copio qui.
Lo tengo sempre aperto, a portata di mano.
Poi un po’ per volta, carico i post, cancello e ci riscrivo sopra.
Ora è salvato sul desktop con il nome “Tristezza”.
Era quello che provavo ogni volta che scrivevo della nostra casa gialla.
È lo stesso sentimento che in questi giorni sta provando Michele, ogni volta che sbaglia strada tornando a casa o quando ritrova una vecchia foto sul cellulare.
Io invece sono quella che quando chiude una porta cerca di non voltarsi indietro, anche se è piena di paure e di ansie.
La prima volta che ho messo piede in questa casa mi sono ripetuta in testa “Creati dei ricordi qui, fallo in fretta, ma fallo con cura”.
Questa mattina, ad esempio, Michele stava cucinando il sugo per la pasta al forno di stasera, io ero in bagno che mi stavo preparando e per tenere buono Brando gli avevo dato il suo spazzolino da denti in mano.
Lui era seduto vicino a me, sulla scaletta rossa di Lavinia.
L’ho guardato e, mentre entrambi ci spazzolavamo i denti, lui mi schiacciava i piedi e rideva come un matto.
Ha riso così forte che ha illuminato tutto il bagno, ho alzato lo sguardo e dalla finestra ho scoperto che si intravede il monte San Martino, lo stesso che vedevo da piccina dal giardino dei miei, lo stesso sul quale Michele mi ha portata a fare il nostro primo aperitivo insieme.
In un istante ho sentito come se nel profondo del cuore si fermasse un ricordo, nuovo e per sempre.
Sono corsa in sala, ho abbracciato Michele.
“Questa casa non si merita inizi malinconici”.
Lui ha sorriso e mi ha accarezzato i capelli.
Ora sono qui sul letto che scrivo questo testo.
Ho appena modificato il nome del file Word: Felicità.
#latendainsalotto
Ho un file Word che utilizzo per scrivere con calma i testi che poi copio qui. Lo tengo sempre aperto, a portata di mano. Poi un po’ per volta, carico i post, cancello e ci riscrivo sopra. Ora è salvato sul desktop con il nome “Tristezza”. Era quello che provavo ogni volta che scrivevo della nostra casa gialla. È lo stesso sentimento che in questi giorni sta provando Michele, ogni volta che sbaglia strada tornando a casa o quando ritrova una vecchia foto sul cellulare. Io invece sono quella che quando chiude una porta cerca di non voltarsi indietro, anche se è piena di paure e di ansie. La prima volta che ho messo piede in questa casa mi sono ripetuta in testa “Creati dei ricordi qui, fallo in fretta, ma fallo con cura”. Questa mattina, ad esempio, Michele stava cucinando il sugo per la pasta al forno di stasera, io ero in bagno che mi stavo preparando e per tenere buono Brando gli avevo dato il suo spazzolino da denti in mano. Lui era seduto vicino a me, sulla scaletta rossa di Lavinia. L’ho guardato e, mentre entrambi ci spazzolavamo i denti, lui mi schiacciava i piedi e rideva come un matto. Ha riso così forte che ha illuminato tutto il bagno, ho alzato lo sguardo e dalla finestra ho scoperto che si intravede il monte San Martino, lo stesso che vedevo da piccina dal giardino dei miei, lo stesso sul quale Michele mi ha portata a fare il nostro primo aperitivo insieme. In un istante ho sentito come se nel profondo del cuore si fermasse un ricordo, nuovo e per sempre. Sono corsa in sala, ho abbracciato Michele. “Questa casa non si merita inizi malinconici”. Lui ha sorriso e mi ha accarezzato i capelli. Ora sono qui sul letto che scrivo questo testo. Ho appena modificato il nome del file Word: Felicità. #latendainsalotto

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